Adla – Fur capitolo 2

30 September 2016

Aspettando l’uscita di Feline, vi proponiamo un nuovo intrigante racconto a puntate di Sarah Bianca. Ecco il capitolo 2 di Fur. Buona lettura!

Mi chiamo Adlartok, che in lingua Inuit significa “Cielo Limpido”, i miei disgraziati genitori decisero di chiamarmi così in segno di buon auspicio.
Sono entrambi geologi e lavorano per conto di una società privata che li spedisce per lunghi periodi a carotare i ghiacci dell’Artico e nel corso degli anni hanno imparato che se il cielo era adlartok, limpido, sereno e chiaro, allora le possibilità che morissero travolti da una tormenta di ghiaccio erano minori.
Da qui l’idea di rovinarmi la vita con un nome del genere, un nome che non è neanche un nome vero.
Nel corso degli anni ho addestrato chi mi conosce a chiamarmi Adla, all’inizio ci sono stati un paio di soggetti che hanno fatto gli spiritosi… poi hanno smesso.
Indossare anfibi rinforzati su cui hai applicato delle borchie di acciaio e con cui sai sferrare dei calci dalla precisione millimetrica, può essere di aiuto.
Effettivamente non sono proprio quella che si definisce una ragazza angelica, faccio sesso quando ne ho voglia, bevo, sono nicotina dipendente, tendo a essere scurrile e sarcastica, posso diventare violenta quando non vengo ascoltata, ho sempre l’ultima parola, studio il minimo indispensabile e solo se è davvero indispensabile, mi trucco molto e porto i capelli corti e spettinati.
Sono incasinata fino al midollo e mi sta bene.
Del resto, sono cresciuta con i genitori lontani almeno nove mesi l’anno, in una palazzina di quattro piani dove, oltre a noi che siamo proprio al quarto, abitano i miei nonni, i miei zii, i miei cugini e dove la privacy è qualcosa che capita agli altri e mai a te.
Praticamente è come ritrovarsi in una specie di comune hippy nella quale cerchi di sopravvivere come meglio puoi, nascondendo i biscotti al cioccolato nell’armadio delle scarpe, chiudendo a chiave la tua stanza per evitare che ti rubino cd, libri, fumetti e lettore mp3, facendo la doccia a tarda ora perché c’è sempre qualche ragazzino, ospite dei cugini più piccoli, che vuole vedere come sono fatte un paio di tette vere e tenendo i trucchi nel frizer per evitare che ti spariscano più velocemente dei biscotti.
Un incubo.
Mi sembra evidente che Dante si sia ispirato a qualcosa di molto simile a casa mia per la descrizione dei gironi infernali.
Il lato positivo è che ho abbastanza libertà per fare quello che desidero, dormire con chi desidero, vivere come desidero, basta che vada a scuola tutti i giorni, non venga bocciata e la mattina sia alle sette e mezza in punto al piano terra, dove vivono i miei nonni, per fare colazione con loro.
Semplice ed efficace.
Il nonno ci ha messo molto poco a capire che più mi venivano imposte le cose, peggio era per tutti.
In giardino c’è ancora il rudere della casetta dei giochi in legno a cui diedi fuoco quando a dodici anni, cercarono di obbligarmi ad iscrivermi a danza con le mie due cugine più grandi.
Spento l’incendio iniziammo a capirci a vicenda.
Usai quei soldi per comprare un set di colori per pareti con cui dipinsi una foresta sui muri della mia stanza.
Tutt’ora sono piuttosto orgogliosa di quel lavoro.
Da quell’episodio, vengo lasciata stare per tutto quello che non sia di vitale importanza.
Dopo tutto non sono irragionevole, anzi.
Mi piace pensare a me stessa come una “scrematrice di inutilità”, se la cosa non è seria, allora non merita la mia attenzione e se merita la mia attenzione, molto probabilmente è perché la terra sta per collassare su se stessa e siamo tutti spacciati e in quel caso… tanto vale non preoccuparsi.
Efficace ed efficiente.
-Adla? … Adla?
Sbadiglio e focalizzo l’attenzione sulla nonna che mi sta guardando con le mani posate sui fianchi e la fronte corrucciata.
-Scusa nonna, dicevi?
Lei scuote la testa e mi versa altro caffè nella tazza di latte che ho davanti.
-Dovresti andare a dormire prima la sera, ultimamente ti svegli sempre stanca e con gli occhi gonfi, non fa bene alla tua età.
Bevo due lunghe sorsate di latte e caffè amaro e mi alzo in fretta.
-Non preoccuparti, un paio d’ore di sonno in meno non hanno mai ucciso nessuno.
Mi avvicino e le schiocco un bacio sulla guancia che profuma di borotalco e acqua alla violetta, poi deposito un bacio veloce sulla testa pelata di mio nonno, completamente immerso nella lettura del quotidiano che ha aperto davanti.
-Adla, rispondi a tua nonna prima di andare via.
Borbotta lui senza alzare lo sguardo dalle notizie di cronaca cittadina.
Faccio una smorfia, non mi ero nemmeno accorta che mi stesse parlando…
-Cosa mi avevi chiesto, nonna?
Lei sospira e inizia a sparecchiare la tavola della colazione dalle tazze e dai piattini pieni di briciole di crostata fatta in casa.
-Tra quindici giorni sarà il tuo compleanno, cosa desideri per i diciassette anni?
Ah, il mio compleanno, vero.
-Un paio di buoni in libreria andranno più che bene, i compleanni non sono importanti.
Nonno alza gli occhi dal giornale e scambia con la nonna una lunga, significativa, occhiata di intesa, segno che hanno già discusso il da fare e che stanno cercando un mondo per convincermi che la loro idea sia quella giusta da mettere in pratica.
-I diciassette anni sono molto importanti, dal prossimo compleanno non sarai più una bambina, diventerai un’adulta.
Inizia lui con voce pacata e ragionevole.
-Volevamo festeggiare con tutta la famiglia, magari potevi rimanere a casa e non andare a scuola e potevamo passare la giornata a farci belle.
Guardo la nonna completamente scioccata.
Quando mai abbiamo passato le giornate a “farci belle”?
Il massimo che le abbia mai lasciato fare è stato farmi le trecce quando avevo ancora i capelli lunghi.
E l’episodio credo risalga a più di sei anni fa.
Nonno si schiarisce la voce e mi fa un leggero cenno con la testa, significa che la nonna è in uno dei suoi momenti romantico-nostalgici e che contraddirla adesso significherebbe farla piangere per tutto il giorno.
-Non lo so, ci devo pensare. Non è un no, è un forse, ma tu non iniziare a fare troppi progetti, ok?
Gli occhi con i quali la nonna mi guarda sono particolarmente lucidi.
-Va bene… è che non riesco a credere che tu sia già diventata così grande.
Singhiozza, voltandosi di spalle e sparendo lungo il corridoio, da dove sentiamo provenire una serie di tonfi e poi il rumore dell’aspirapolvere acceso a tutto spiano.
Rimango sulla porta a guardare il nonno in silenzio, lui sospira e ricambia lo sguardo.
-Sono due anni che non appena si avvicina il mio compleanno, inizia a fare la pazza maniaca. Si può sapere cosa le prende?
-Sei la sua nipotina preferita, non riesce ad accettare che tra poco diventerai troppo grande per avere ancora bisogno di lei.
Mi passo una mano tra i capelli e faccio spallucce.
-Sono piuttosto indipendente anche ora.
-Vero, ma questo non dirglielo in faccia o la farai morire di crepacuore.
Dice alzandosi e sparendo anche lui nel corridoio.
Salgo al quarto piano e finisco di preparami per andare a scuola, ferma davanti allo specchio del bagno con in mano la matita nera del trucco, mi rendo conto di quanto la mia faccia sia sconvolta.
Ci credo che la nonna si sia preoccupata, solo che per una volta non è la mia tendenza all’insonnia a farmi dormire poco la notte.
È il mio corpo.
Da qualche giorno soffro di… non saprei definirli se non… attacchi di desiderio.
Mi sveglio nel mezzo della notte con il corpo in fiamme, il respiro corto e il bisogno di essere toccata, accarezzata, fatta ansimare di piacere.
Non ho idea se siano dei sogni a farmi questo effetto, so solo che qualcosa dentro di me brucia e io non riesco a placare questo calore divorante.

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