Oltre la cortina di fumo – Fur capitolo 4

07 October 2016

Aspettando l’uscita di Feline, vi proponiamo un nuovo intrigante racconto a puntate di Sarah Bianca. Ecco il capitolo 4 di Fur. Buona lettura!

– Non dovresti fumare, ti fa male.
Lo sguardo con cui incenerisco il nonno gli fa capire quanto non sia in vena di sgridate.
– Non ti voglio qui e non capisco perché tu debba rimanere.
Mi rivolgo a Necomata, che è in piedi, di spalle, vicino a una delle finestre e guarda il cielo scuro.
Di quando in quando il suo corpo viene investito dalla luce dei lampi, nonostante la posa rilassata le sue orecchie da gatto non smettono di muoversi, di orientarsi verso suoni così lontani che non posso cogliere.
E la coda, perché da quando si è tolto la giacca scura che indossava, ho scoperto che all’altezza del coccige ha una lunga coda nera, si muove lentamente frustando l’aria, quasi fosse un serpente che danza ipnotizzato da una musica magica.
– Spiacente doverti deludere, ma quello che desideri e quello che accadrà, hanno molto poco in comune da adesso in poi. Non ho intenzione di perderti di vista un solo istante e credo che sia bene che tu sappia che lontano da me, non hai alcuna possibilità di sopravvivenza. Visto che il corvo non ti ha reclamata, adesso sei come un cerbiatto che vaga da solo in una foresta piena di predatori. Io sono l’unico scudo che hai a disposizione per proteggerti da loro, senza di me sei morta.
Si volta quel tanto che basta per potermi guardare in obliquo, per studiare la mia reazione alle sue parole.
Come se mi importasse qualcosa di quello che ha da dire.
– E chi devo ringraziare per avermi messo in questa posizione? Se tu non mi avessi marchiata io non sarei in pericolo!
Gli urlo contro, dando finalmente sfogo a tutta la rabbia e la frustrazione che provo da giorni.
Necomata si allontana dalla finestra, mi raggiunge in tre lunghe falcate e si piega sulla mia sedia, in modo che i nostri volti siano alla stessa altezza.
I suoi immensi occhi giallo scuro scatenano in me una profonda repulsione.
Lo odio.
– Vero, saresti stata tramutata in un uccello e saresti la Sposa di Chogan che si metterebbe subito all’opera per ingravidarti di tanti piccoli pulli per rimpolpare le fila della Quarta Famiglia Reale.
Pur non capendo appieno il significato di quanto mi stava dicendo, il senso generale mi era ben chiaro.
– Non… io non… che schifo stai dicendo?
Sono appiattita contro lo schienale della sedia, il suo sguardo è freddo e distante e il sorriso con cui mi mostra la punta dei canini è paralizzante.
-Ma non preoccuparti di questo Adlartok, non permetterò che tu venga usata per covare uova… farò in modo che nel tuo grembo crescano tanti deliziosi gattini…
Un brivido fortissimo mi scende lungo la spina dorsale, facendomi trattenere il respiro e accapponare la pelle.
I suoi occhi si spostano sulle mie braccia nude, osservandole fino a quando non tornano normali.
Poi torna a guardarmi in volto, socchiudendo gli occhi e avvicinandosi come se volesse baciarmi.
Giro il viso di lato per evitarlo.
Necomata insinua il naso tra il mio collo e i miei capelli e si struscia piano contro di me, una cosa che faceva spesso quando era in forma di gatto e che mi faceva sempre ridere.
Adesso non mi viene da ridere per niente.
Sento il suo respiro caldo sulla pelle, i brividi tornano più forti di prima.
Gli poso le mani sulle spalle per allontanarlo, ma è come se stessi cercando di spostare un muro, lui è troppo forte e io non so come mandarlo via.
– Neco…
Sussurro disperata.
All’improvviso si stacca da me e fa qualche passo indietro, ha un’espressione un po’ stordita, come se non fosse sicuro di quello che è appena successo.
– Ti lascio da sola con i tuoi genitori, avete molto di cui parlare, ti aspetto al piano di sopra, dopo avremo molto di cui parlare anche noi due.
Lo guardo andare via, il cuore mi va a mille e il respiro è spezzato.
– Perdonami Adla, non avrei mai immaginato che sarebbe accaduto tutto questo…
La nonna ha un’espressione stravolta, sembra dieci anni più vecchia.
– Non potevi saperlo, nessuno di noi due poteva.
Gli risponde il nonno abbracciandola per confortarla.
Mi passo una mano tra i capelli e prendo un lungo, profondo respiro.
– Ditemi quello che mi dovete dire, nessuna censura. In che guaio fantascientifico sono finita?
– Io e tuo padre ci siamo sposati molto giovani.
Per un attimo non capisco di chi mia nonna stia parlando, poi realizzo che loro sono i miei veri genitori.
– Sì lo so, non è semplice, puoi continuare a chiamarci nonni se vuoi.
Interviene il nonno notando il mio turbamento.
– Voglio.
Forse così le cose mi sarebbero sembrate meno strane.
– Dicevo, ci siamo sposati molto giovani e dopo qualche anno abbiamo scoperto che non potevamo avere figli. Ne abbiamo sofferto, è vero, ma lo abbiamo anche accettato. Abbiamo passato la vita dedicandoci l’una all’altro, viaggiando, interessandoci di arte e cultura e coltivando il nostro rapporto. Dopo venticinque anni di matrimonio, non pensavamo che qualcosa potesse arrivare e sconvolgerci la vita, ma ci sbagliavamo… perché l’anno in cui compimmo quarantacinque anni, io rimasi incinta.
Mia madre allunga una mano attraverso il tavolo, poi scorge la mia espressione e la tira indietro, ferita dalla mia freddezza, ma sono troppo arrabbiata e scioccata per poter accettare qualunque gesto di affetto.
– Eravamo felicissimi, non pensavamo che potesse accadere un miracolo simile. Stavamo per avere una bambina, la nostra esistenza era completa. In quel periodo capitava spesso che tuo pa… il nonno venisse chiamato a qualunque ora per qualche emergenza lavorativa, così quando il telefono squillò nel pomeriggio e lui dovette andare via, la cosa non mi pesò più di tanto. Ma non avevo fatto i conti con il fatto che ero al nono mese di gestazione e che tu avevi fretta di nascere. Mi si ruppero le acque poco dopo e io fui costretta a chiamare un’ambulanza per farmi portare in ospedale.
Senza accorgermene mi sono protesa verso di lei, non avevo mai sentito la storia di come ero nata.
– Quando mi iniziarono le doglie, scoppiò un violento temporale che affogò letteralmente la città, mi ricordo che sentivo i tuoni forti e vicini mentre i dottori mi visitavano. Tu eri podalica, non eri nella posizione giusta, dovevano operarmi o sia io che tu non ce l’avremmo fatta. Mi fecero firmare dei fogli e poi i dottori e gli infermieri corsero a preparare la sala operatoria. Ero terrorizzata, rischiavamo la vita tutte e due e nonostante fossi riuscita a rintracciare tuo padre, lui non era ancora arrivato in ospedale… eravamo sole…
La nonna si asciuga una lacrima, il nonno le mormora qualcosa all’orecchio e le da un bacio pieno di affetto sulla testa.
– Fu allora che lo vidi. Comparve nella stanza, io ero aggrappata alle sponde del letto che urlavo e tremavo per le contrazioni e lui mi si avvicinò e mi posò una mano sulla fronte, facendo passare il dolore. Aveva lo stesso aspetto di adesso, credo che per loro il tempo passi in maniera diversa rispetto che per noi… mi disse di chiamarsi Necomata e che era lì per aiutarmi. Io ero convinta di essere diventata pazza… mi disse che di lì a poco un infermiera sarebbe venuta a dirmi che mio marito era stato trasportato in ospedale in ambulanza e che era in fin di vita perché aveva avuto un incidente stradale a causa del temporale, ma che nonostante le cure sarebbe morto. Non gli credetti, per quanto ne sapevo, lui era un demone uscito direttamente da uno dei miei incubi e volevo solo che andasse via. Glielo dissi e lui scomparve.
– Sembra che la repulsione sia un sentimento comune, quando si tratta di lui.
Commento sarcasticamente.
I nonni sorridono, poi tornano seri, il racconto deve continuare.
– In quel momento un’infermiera entrò nella stanza e mi disse quello che Necomata mi aveva anticipato, quando andò via ero in preda alla disperazione, mio marito, l’uomo che amavo da tutta la vita era morto e io e la mia bambina dovevamo essere sottoposte a un intervento chirurgico, era tutto troppo per me, non ce la potevo fare a sostenere tutto da sola. Così lo chiamai, urlai il suo nome e lui riapparve. Stringemmo un accordo segreto, lui avrebbe riportato in vita Alfio e in cambio io avrei dovuto lasciare che un giorno conoscesse mia figlia.
La nonna si ferma e sospira, raccontare quella storia le stava riportando alla memoria tutto il dolore e la disperazione che aveva provato.
– Cerca di capire, per me in quel momento non aveva alcun senso una richiesta del genere, mi sembrava innocua. Avrei riavuto mio marito e in cambio dovevo solo promettere a una specie di fantasma mezzo umano e mezzo gatto, che un giorno avrebbe potuto conoscere mia figlia. Acconsentii, stringemmo il patto con la clausola di mantenerlo segreto, lui si congedò da me con la promessa che un giorno sarebbe tornato e scomparve, poco dopo fui portata in sala operatoria e quando ne uscii e mi ripresi dall’anestesia, seppi che il cuore di mio marito si era fermato per un minuto intero e poi aveva ripreso a battere, che nonostante le ferite lui stava bene, aveva ripreso conoscenza e aveva chiesto di me e che i medici lo ritenevano una specie di miracolo inspiegabile.
Guardo mio nonno, mio padre e mi accorgo che il pensiero di poterlo perdere è così doloroso da farmi perdere il respiro.
Ingoio il grumo di dolore che mi sta soffocando e mi rannicchio sulla sedia.
– Durante la notte, un’infermiera venne a farmi visita per controllare come stessi, poi mi si sedette vicino e iniziò a parlarmi di te, dicendo che non eri una bambina come tutte le altre, che eri nata predestinata a essere la Sposa di un Principe e che la tua vita sarebbe stata piena di tutto ciò che potessi desiderare. Mi disse che da quel momento eri sotto la tutela dei Guardiani, che ti avrebbero cresciuta e protetta e che ti avrebbero insegnato tutto quello che era necessario che sapessi per affrontare il tuo destino.
La nonna stringe le mani a pugno e colpisce con insospettata forza il tavolo.
– Stavano cercando di portarti via da me. Non glielo permisi, iniziai a urlare così forte che in stanza accorsero tutte le persone che si trovavano sul piano, dissi che quell’infermiera era pazza e che voleva portare via la mia bambina. Arrivò la polizia che ovviamente non mi credette, poi scoprirono che quella donna non era un’infermiera e per precauzione misero un piantone davanti alla nursery nella quale dormivi insieme agli altri bambini appena nati. Non una soluzione definitiva, ma almeno una toppa temporanea a quella situazione. Fummo dimesse quattro giorni dopo, contro ogni parere medico, tuo padre tornò a casa con noi, loro non potevano spiegarsi quello che era successo, ma io lo sapevo e glielo dissi, come gli raccontai quello che era successo con quella falsa infermiera.
– Avete più incontrato quella donna?
Chiesi affascinata dalla storia.
– Quella donna è tua zia Rosina.
Il nonno sorride, la cosa evidentemente lo diverte.
– Zia Rosina?
Sono sconvolta.
Zia Rosina è una signora di circa settant’anni che vive in fondo alla strada e che mi regala una caramella all’anice ogni volta che mi vede.
– Già, perché quando tornammo a casa, trovammo una cinquantina di persone ad attenderci. Ci spiegarono che tu eri l’incarnazione della figlia di uno stregone e che eri nata per diventare la Sposa di una creatura magica alla quale avresti assicurato una discendenza…
– Aspetta! Mi stai dicendo… è la storia… quella favola che mi raccontasti quando ero piccola, come si chiamava…
Sono schizzata in piedi, tutto quello che mi stavano raccontando era così surreale, ma come potevo non crederci dopo quanto avevo assistito in quei giorni?
– La Sposa dal dolce profumo, sì Adla è la tua storia. La ricordi ancora?
– Non bene…
Mormoro tornando a sedermi, mi stava venendo un gran brutto mal di testa.
– Perché viviamo con tutti questi sconosciuti? E perché non mi avete mai detto che eravate i miei genitori?
Questa volta è il nonno a parlare.
– Perché non avevamo altra scelta, queste persone, questi sconosciuti, erano decisi a portarti via con loro e noi eravamo in due contro cinquanta, dovemmo trovare un compromesso per permetterci di restarti accanto il più a lungo possibile. Ci unimmo a loro, ci trasferimmo e lasciammo che due estranei si spacciassero per i tuoi genitori, riuscimmo anche a mandarti a scuola e a farti vivere come una bambina normale, lontano da storie di mostri e magia. Abbiamo cercato di agire per il meglio, Adla…
Faccio di sì con la testa, ora capisco meglio molte cose.
– Immagino che i problemi siano arrivati quando poco prima del mio compleanno, il mostro gatto si sia ripresentato per portare avanti l’altra metà del vostro patto…
– Già… sapevo che eri protetta da potenti incantesimi, ma lui mi ha spiegato come rimuoverli e poi rimetterli in modo che nessuno potesse accorgersi di niente. È venuto da te e ti ha marchiata in qualche modo e ha fatto in modo che nessuno di quelli come lui ti possa toccare. Sapevo che eri destinata a Chogan, Lauro mi mostrò un suo ritratto una volta, ma non pensavo che questa cosa si potesse modificare in qualche modo e credo che nemmeno i Guardiani lo abbiano mai sospettato, altrimenti ti avrebbero tenuta rinchiusa da molto prima.
Nella stanza scende il silenzio, stiamo tutti riflettendo su quello che è successo.
– Vi rendete conto che io non ho alcuna intenzione di diventare la sforna mostri di nessuno, vero?
Sorridono entrambi.
– Lo sospettavamo.
– C’è niente che possa fare per cambiare questa situazione e tornare a vivere la mia vita come prima?
Il sorriso scompare, ho una stretta allo stomaco.
– Non lo sappiamo e sinceramente non lo crediamo possibile. In questi diciassette anni abbiamo provato a fare delle ricerche per cercare di capire se esiste un modo…ma…
– Non avete trovato niente.
Completo la frase al suo posto e mi lascio andare contro lo schienale della sedia.
– Niente.
Conferma il nonno.
– Ma c’è una cosa che devi sapere, una cosa importante.
Mi raddrizzo e guardo i miei genitori con estrema attenzione.
– Nessuno di loro può obbligarti a bere il suo sangue. Non puoi essere tramutata per forza, in nessun caso.
– Davvero?
Sono sorpresa, pensavo che quella fosse la parte più facile di tutto quel casino.
– Assolutamente.
– Quindi se mi rifiuto di bere, ho qualche possibilità che le cose tornino com’erano e che loro, tutti loro, decidano di sparire per sempre?
Il nonno scuote la testa.
– Non essere ingenua Adlartolk.
Mi mordicchio l’interno della guancia, è vero, avevo fatto un commento davvero ingenuo.
– Credo che tutto si basi su quale sia il male minore, a questo punto.
– Non angosciarti adesso, fintanto che sei in questa casa, con i Guardiani che ti circondano e la protezione di Necomata, non può accaderti niente di male.
Non posso credere che mia nonna abbia davvero detto una cosa del genere.
Spalanco gli occhi e la guardo come se si fosse appena strasmutata in un orsetto lavatore celeste.
– È lui la cosa di male che mi è capitata!
Esclamo allibita.
I miei genitori si scambiano un’occhiata stanca, è stata una giornata faticosa per tutti.
– Vado di sopra a cercare di cacciare via quel mostro infernale, voi riposate, ci vediamo domani.
Dico velocemente, infilando la porta e salendo le scale come un razzo per paura di essere fermata o di incontrare qualcuno.
Entro in casa e mi chiudo la porta alle spalle, ci rimango appoggiata contro per un po’, è tutto buio e silenzioso.
Sono sola.
Sospiro di sollievo, poi un leggero scrosciare d’acqua mi giunge alle orecchie, lo seguo cercando di camminare il più silenziosamente possibile.
Il mio bagno è vuoto, il rumore proviene dal bagno che si trova nella stanza dei miei genito… nel bagno della stanza da letto che erano soliti usare i due falsi genitori.
Mi ci avvicino piano, è socchiusa e dalla fessura esce molto vapore, Necomata sta facendo la doccia.
Mi giro per andare via, quando gli occhi mi cadono sul letto matrimoniale si c’è un trolley aperto, pieno di vestiti e accessori personali.
Cosa diavolo pensava di fare?
Senza pensare a quello che sto facendo, ma vedendo solo rosso, mi piazzo dietro la porta socchiusa, con le mani sui fianchi e prendo tutto il fiato che riesco a trattenere in corpo.
– Non pensare di poterti trasferire in casa mia! Devi andartene! Ora! Subito!
Il rumore dell’acqua si ferma all’improvviso, sento dei fruscii e il click della porta a vetri della cabina doccia che viene aperta.
– Non dovresti essere traumatizzata e spaventata, rannicchiata nel tuo letto a piangere lacrime amare?
La voce di Necomata è attutita dal vapore, ma il suo tono è chiarissimo, si sta prendendo gioco di me.
Spalanco la porta e riprendo a urlare.
– Spaventata e traumatizzata un corno! Se pensi che bastino quattro cavolate sui mostri e sulla magia a farmi andare fuori di testa, ti sei sbagliato. Questo, mi manda fuori di testa.
Necomata si sta avvolgendo un asciugamano bianco intorno ai fianchi, accoglie la mia irruzione nel bagno alzando un sopracciglio e guardandomi interrogativamente.
– Non hai il diritto di rimanere qui.
Gli ringhio contro.
– Al contrario, ho tutto il diritto di rimanere qui. Tu sei qui, io sto dove tu sei.
– Io non sono tua.
Sono ferma a mezzo metro da lui e sono così furiosa da sentire il corpo tremare e vedere le immagini leggermente sfocate.
– Ti abituerai alla cosa, abbiamo tempo.
Commenta con noncuranza, prendendo un altro asciugamano e passandoselo con attenzione trai capelli e sulle grandi orecchie da gatto, ricoperte di pelliccia nera tutta bagnata.
La sua non reazione alla mia rabbia mi fa andare in tilt, l’argine che fino a quel momento aveva retto la piena delle mie emozioni si rompe e io vengo invasa.
-Vai via da casa mia, vai via dalla mia vita, andate tutti via, io non sono un gioco o una proprietà da passarvi, né tanto meno un utero in affitto. Mi avete fatto vivere in una menzogna, i miei genitori sono degli estranei, i miei zii sono dei pazzi che fanno parte di una setta, io… io non so più chi sono… andate tutti via.
Sento le lacrime scivolarmi sulle guance.
Necomata si volta per guardarmi, io mi volto e scappo via, correndo nella mia stanza e chiudendomici a chiave dentro.
Sul letto trovo semi nascosti dalle coperte gli occhiali di Nicolas, doveva averli lasciati lì quando era salito a prendermi nel pomeriggio.
All’improvviso mi rendo conto che persino lui non lo conosco, è un estraneo che si è finto mio cugino per anni, ma in realtà non c’è niente che ci leghi… non c’è niente che mi leghi a nessuno di loro.
Sono sola, nuovamente sola, anche se in maniera diversa da prima.
I miei genitori non potevano proteggermi, fino ad allora avevano fatto quanto potevano per tenermi al sicuro, ma da adesso in poi toccava a me badare a me stessa.
Solo che non ero sicura di farcela.
Rimango a piangere in silenzio, fino a quando nella stanza non diventa così buio da non riuscire a vedere a un palmo dal naso.
Sfinita, cado in un sonno leggero e agitato.
Non so da quanto tempo sto dormendo, quando un fruscio vicino all’orecchio mi fa sobbalzare.
– Non ti sentivo più piangere, sono venuto a controllare che fossi ancora viva.
Mi spavento così tanto che quasi cado dal letto.
– Chiudere a chiave la porta non serve, vero?
Ho la voce roca e la gola gonfia, le parole mi escono strane e distorte.
– No, non serve.
Lo sento muoversi, poi la sua mano è sulla mia fronte, mi sento talmente tanto stordita che non ho la forza di scrollarla via.
– Hai la febbre alta.
Dice dopo un po’.
– Spero di attaccartela e di vedertici morire.
Gli rispondo dando voce ai miei pensieri più neri.
Ride.
Fruscii, si è seduto per terra, accanto a me.
– I tuoi ti hanno spiegato quello che ti sta succedendo?
– A grandi linee, mi sembra di aver capito che non ne sanno molto neppure loro.
– Già, è un mondo difficile quello in cui dovrai imparare a vivere.
– Ma io non ho intenzione di farmi trasformare da nessuno di voi, mi hanno detto che non potete costringermi.
Sospira.
– Il tuo odore… se solo tu potessi sentire il tuo odore così come lo percepisco io, capiresti perché è inevitabile che prima o poi sceglierai di bere da qualcuno di noi.
– Il mio odore… ? Ah, sì, lo diceva la favola… la pelle della figlia del mago aveva un buon profumo…
– Buono? Il tuo odore ci fa impazzire, ci fa desiderare di averti nuda sotto di noi, di sentirti gemere dal desiderio, di sentire le tue mani aggrappate alle nostre spalle che supplichi per venire ancora e ancora. Il tuo odore ha causato guerre, morti e devastazioni, il tuo odore ha portato alla caduta molti di noi. Il tuo odore significa tutto, per mio fratello ha significato tutto…
Cade il silenzio, sento il mio cuore battere a un ritmo sbagliato, la febbre mi ha portato la tachicardia.
– Non sarai al sicuro fino a quando non verrai tramutata, gli altri Principi ti daranno la caccia e se non potranno averti loro, ti uccideranno.
– È per il mio odore che mi hai marchiata e mi hai sottratta a Chogan?
– …no… l’ho fatto per assicurarmi la sopravvivenza del mio popolo e per… vendetta… Ti hanno parlato dell’avvicendamento delle Famiglie?
Mi sforzo provando a ricordare.
-No, non mi pare.
-Quando la Sposa rese noto che sarebbe rinata ogni cinquecento anni, le Famiglie Reali strinsero un patto secondo il quale la figlia del mago sarebbe toccata a turno al primogenito maschio di ogni specie animale. Da allora le nostre famiglie si chiamano con il numero che tocca loro, dall’uno al sette. Io provengo dalla Terza Famiglia Reale, Chogan dalla Quarta e così via.
– Fino a ora siete arrivati solo fino alla quarta? La Sposa è rinata solo quattro volte?
– No, Adla, tu sei rinata molte, molte volte e grazie a te noi siamo sopravvissuti lungo le ere e i secoli del mondo umano.
– Se funziona la cosa, allora perché ti sei comportato male?
Le tempie mi pulsano sempre più dolorosamente, inizio a fare fatica a seguire il suo discorso.
– Perché l’ultima volta che sei nata, qualcosa è andato storto e tu sei morta prima di diventare la Sposa di mio fratello.
– Morta?
Chiedo con la voce ridotta a un sussurro.
– Assassinata.
Sospiro, cambio posizione e mi stendo sul fianco, tiro più su le coperte, inizio a sentire freddo.
– A me non importa di morire, potete uccidermi senza problemi, ma non berrò mai il sangue di nessuno di voi…
– E le persone che ami? Sei disposta a sacrificare anche loro per il tuo egoismo? Perché per farsi accettare, i miei simili inizieranno a minacciare, torturare e uccidere i tuoi familiari, senza farsi nemmeno uno scrupolo.
Spalanco gli occhi nel buio e cerco di mettermi a sedere, ma la sua mano mi tira nuovamente giù.
– E tu? Tu non inizierai a uccidere, torturare e minacciare la mia famiglia per farmi bere il tuo sangue?
– Ah, ma io non ne ho bisogno Adla. Non ne ho alcunissimo bisogno.
– E perché? Per via del marchio? Perché così nessuno tranne te mi può toccare?
Lo sento ridere e la sua è una risata fredda e crudele.
– Mi sottovaluti Adla, non è per quello che non ne ho bisogno.
– Dimmelo.
Ma so già che la risposta non mi piacerà.
– Perché io posseggo tuo padre, Adla. Lui è in vita grazie a me, se io schioccassi le dita o se io morissi in qualche sfortunato incidente, lui smetterebbe di respirare immediatamente. La sua esistenza dipende da me, in ogni senso possibile.
È a quel punto che il mio corpo decide di smettere di collaborare e io perdo i sensi per lo sfinimento e la febbre alta da shock emotivo.
L’ultima cosa che sento chiaramente è la sensazione del vetro degli occhiali di Nicolas, stretti nel palmo della mia mano.

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