Absence – Prequel Christabel

27 April 2018

Care lettrici e cari lettori,

siamo molto orgogliosi di presentarvi L’altro volto del cielo, il secondo volume della trilogia Absence di Chiara Panzuti, che uscirà in libreria il dieci maggio.

Per ingannare l’attesa vi offriamo la possibilità di leggere in esclusiva dei capitoli extra sulle vite dei quattro protagonisti prima che diventassero invisibili.

Buona lettura!

 

«Fanno undici sterline e novanta».

La cameriera tamburellò le dita sul tavolo con fare impaziente. Si era appena premurata di parcheggiare il vassoio con gli hamburger tra me e Nathan, con la grazia di un lanciatore di baseball professionista. I suoi movimenti erano secchi e veloci, poco rispecchiavano la divisa tutta fronzoli che la faceva assomigliare a una idol giapponese.

Nathan non la sentì neppure. Da una parte a causa del baccano, dall’altra perché era troppo impegnato a pianificare la serata in piscina, il tutto tramite chat del cellulare. Stavamo seduti a quel tavolino da circa un’ora e ancora non si era staccato dai messaggi.

Allungai le banconote alla cameriera e le rivolsi un sorriso tirato, ricevendo un grugnito in risposta.

«Grazie», disse Nathan mentre digitava sullo schermo. «Scusami, ma qui faremo notte. Sembra impossibile organizzare una staffetta».

Il giorno dopo ci sarebbe stata l’apertura serale della piscina del nostro quartiere, ed era l’occasione perfetta per un allenamento extra. La sfruttavano molti nuotatori, adulti e non, e anche gli allenatori ne approfittavano per farci fare qualche esercizio in più. Si trattava di un’apertura straordinaria, oltre il solito orario di chiusura delle dieci, e a volte si prolungava fin dopo mezzanotte.

Dal canto mio non riuscivo mai a partecipare, quindi cercavo semplicemente di ignorare l’evento.

«Addirittura? Le vasche saranno aperte fino a tardi», osservai, torturando la base del mio panino. «Vedetevi verso le otto e andate assieme».

«Qualcuno proponeva di fare un aperitivo», disse lui.

«Prima della staffetta? A stomaco pieno non mi sembra una grande idea».

Nathan fece spallucce, intento a divorare il suo hamburger. Mangiava, e allo stesso tempo controllava il cellulare, incurante del lago di salse che si stava formando sul vassoio.

«Buon appetito», mormorai.

Era sabato e il fast food era gremito di gente, non era certo il posto migliore per affrontare una discussione. Nathan non sembrava disperarsi in assenza di un interlocutore, io invece non riuscivo a smettere di guardare fuori dalla vetrata, indecisa se parlare o meno. Avevo trascorso una mattinata orribile, bloccata in ospedale nel tentativo di strappare una visita extra. La nonna era peggiorata nelle ultime settimane, ma evidentemente questo non bastava per convincere la sua neurologa a darle un nuovo appuntamento.

Metà del panino rimase incastrato in gola, mentre i pensieri tornavano ad affollarsi.

Non volevo parlarne con lui. Non dovevo parlarne con lui. La nostra relazione era in caduta libera da mesi, e l’Alzheimer della nonna doveva essere l’ultimo dei nostri argomenti di conversazione. Quando parlavamo troppo di medici, farmaci e appuntamenti in ospedale, io iniziavo a perdere consistenza. Lo capivo dal suo sguardo, dal modo in cui l’interesse scemava. Si sentiva in trappola, e come biasimarlo?

«Ci sarà anche Melinda?», chiesi.

Nathan annuì, poi mise da parte il telefono e si dedicò al resto del cibo.

Melinda era la mia allenatrice, l’unica che avesse preso a cuore la mia situazione personale, e che ogni tanto si preoccupava di chiedermi della nonna. A volte mi sentivo autentica soltanto con lei, ed era tutta una questione di sguardi, di complicità… di pancia, forse. Le lezioni private a casa mi rendevano difficile socializzare: la metà delle amicizie si fanno a scuola, e io vivevo praticamente in solitaria.

Avevo sedici anni e una nonna, l’unica familiare rimasta, che nove volte su dieci non si ricordava di me.

Esistiamo lo stesso, senza memoria? Di cosa è fatta la nostra essenza, da cosa è composta la nostra identità?

Le preoccupazioni tornarono alla neurologa della nonna e alla visita rifiutata. A lungo andare temevo che svanissero anche i “momenti di luce”, come li chiamavo io. Le giornate in cui tornavo a casa e la nonna mi riconosceva per quella che ero.

«Ohi». Nathan mi schioccò le dita davanti al viso. Un gesto che non sopportavo. «Terra chiama Christabel».

«Eh», rinsavii.

«Sì, ci sarà anche Melinda». Dal modo in cui lo disse capii che lo stava ripetendo. «Tu sei sicura di non riuscire a venire?».

«Costance non può darmi il cambio», allusi alla signora che qualche volta faceva da badante alla nonna. «Sai che non posso lasciarla sola».

Sapevo anche cosa ne pensava Nathan. Per lui era assurdo che non si potesse pretendere un aiuto esterno, e che non ci fosse la possibilità di attingere a qualche conto in banca per pagarle un ospizio. Purtroppo le spese erano quelle che erano, e i miei genitori non erano milionari da vivi tanto quanto non lo eravamo diventate noi dopo la loro morte. Avevamo litigato su quel punto talmente tante volte che Nathan ormai si guardava bene dall’aprir bocca.

Anche nel fast food tornò sulla difensiva. E riprese a mandare messaggi.

«Dimmi che farete», provai a scuoterlo. «Così sarà come esserci».

«Ci sarà la solita gara a staffetta», rispose lui. Avevamo smesso entrambi di mangiare. «Poi penso che Melinda e suo marito ci faranno fare qualche vasca extra. Non so che dire sull’aperitivo, forse sarebbe meglio uscire dopo».

«Potreste far ubriacare gli allenatori», suggerii. «Farvi dare qualche punto extra sulle valutazioni autunnali. È un buon modo per costringerli ad alzare il gomito, no?».

Non avevo voglia di ridere, ma dovevo ridere. Dovevo fingere che fosse un sabato normale, in un locale normale, a divorare normalissimi hamburger. Era questo che Nathan voleva, e io volevo restare con lui. L’idea di essere abbandonata mi terrorizzava, perché il nostro legame significava memoria, e io avevo bisogno che lui mi riconoscesse. La separazione significava assenza, e l’assenza significava perdita d’identità, perdita del ricordo, perdita dei punti di riferimento.

Lo sentivo spesso anche con lui: quel buco nello stomaco che avvertivo con la nonna, quando mi guardava senza sapere chi fossi.

«Sei agitata, Chris?». Nathan mi spiò di sottecchi.

«No», mentii. «Sto solo cercando di essere partecipe all’organizzazione».

«Ti manderò delle foto», si ammorbidì lui.

Gli sorrisi. Non sapevo che fare, così sfoderai l’espressione più serena, mentre tormentavo il tovagliolo sotto al tavolo.

La nostra relazione si stava trasformando in messaggi, i messaggi in foto, le foto in racconti che arrivavano in ritardo di settimane, a volte anche mesi. I terribili “ah, mi sono dimenticato di dirti”, con cui mi sentivo affondare ogni volta.

Durante il nostro primo appuntamento, Nathan era riuscito a far sparire la sensazione che avevo di essere fuori posto, trasmettendomi tutta la sua energia, tutta la sua positività. Lui era una specie di arcobaleno accecante, e io volevo entrare nel suo raggio d’azione. Volevo essere come lui, volevo essere con lui, fingere che non esistessero angosce.

Mi sentivo così simile alla luna, capace solo di riflettere.

E se il mio sole si spegneva, se lui si spegneva, allora sarebbe rimasto… buio.

«Sei sporca di ketchup», ridacchiò Nathan.

Prese un tovagliolo e mi pulì la parte superiore del labbro, per poi allungarsi sul tavolo e strapparmi via un bacio. Fu un contatto strano, distratto. Ultimamente i baci ci allontanavano anziché unirci, quasi l’avvicinamento fosse un modo più rapido per distanziarci.

Risi a mia volta, cercando di nascondere l’impaccio. E restammo così: spaventati e finti, a recitare un copione imparato a memoria. Perché in fondo, quando si è in caduta libera, il primo istinto è quello di aggrapparsi l’un l’altro.

Iniziavo a temere che fosse la mia vita a oscurare l’essenza di Nathan. Lui si spegneva ogni volta che parlavo di me, della vera me, dei miei pensieri e di quello che mi accadeva. Si spegneva di fronte a una realtà ingarbugliata che non poteva né voleva capire. E per quanto mi sforzassi, oltre i baci, gli abbracci e le risate, io non c’ero.

C’è un fattore che ci rende vulnerabili agli occhi delle persone, ed è la diversità. Un quadro storto si sistema, un cassetto semiaperto si chiude, ma cosa fare di fronte a qualcuno che non capiamo? Di fronte a qualcuno che scombina i nostri equilibri, e a tratti ci spaventa, ci annoia?

Nathan aveva smesso di guardarmi, e ogni volta che tornavo a casa dalla nonna dovevo combattere contro la sua malattia dei ricordi. Ogni sera rientravo e pregavo di essere Christabel. Non mia madre, non la portinaia, non la vicina di casa: soltanto Christabel.

È a quel punto che si sbiadisce.

Quando gli altri perdono la memoria, e noi ci chiediamo quanto vale davvero l’identità. Dove, tra quei frammenti di sangue, vita e ricordi stia il senso. La risposta che giustifichi una vita di assenze.

 

Condividi sui Social