Absence – Prequel Faith

26 April 2018

Care lettrici e cari lettori,

siamo molto orgogliosi di presentarvi L’altro volto del cielo, il secondo volume della trilogia Absence di Chiara Panzuti, che uscirà in libreria il dieci maggio.

Per ingannare l’attesa vi offriamo la possibilità di leggere in esclusiva dei capitoli extra sulle vite dei quattro protagonisti prima che diventassero invisibili.

Buona lettura!

 

La sagoma del Moray Firth si allungava in lontananza, mentre uno stormo di gabbiani girava in circolo attorno alla nostra imbarcazione. Il fiordo aveva un temperamento pigro quella mattina, libero dalle nuvole e dal mare in burrasca, quasi il sole avesse deciso di salutarmi prima dell’ennesimo viaggio.

C’era un vociare sovraeccitato ad accompagnare il percorso della St. Mary Elisabeth, altresì detta “barca gialla e blu” da Beatris e “bagnarola traballante” da Logan.

Era difficile immaginare un mare più cangiante di quello, che dal Moray Firth prendeva il verde dell’erba e il rosso del terreno, muovendosi su e giù in base al ritmo delle onde. Conoscevo bene i paesaggi del fiordo, le sue curve e le sue insenature, sapevo tracciare la posizione di Wick, Dingwall, Inverness e delle altre città che lo costeggiavano. Ma i colori, i profumi, le tracce più profonde che si imparano solo col tempo iniziavano a sfumare, quasi a ricordarmi che quel mondo non era mai stato mio.

Mi diressi a prua, superando un gruppo di bambini stretti nei loro impermeabili gialli. Erano raggruppati in una fila compatta, block notes alla mano e maestra intenta a spiegare la fauna locale. Sopra le nostre teste, una coppia di nuvole color latte ci seguiva con una certa dedizione.

Scivolai lungo il fianco della barca e quando il cellulare vibrò tenevo già la mano ficcata in tasca. Ero così agitata che rischiai di inciampare nei gradini che avevo davanti.

Lo schermo riportò il nome della persona a cui stavo pensando: Mamma.

Guardai subito l’orologio: erano le undici e tre minuti, la visita medica doveva essere appena terminata. Pigiai sull’icona del messaggio, attesi che si aprisse, e lo lessi col cuore in gola. Non c’erano scritte, solo un disegno che raffigurava un fiocco rosa confetto.

Sorrisi.

Lo sapevo, pensai, incapace di stare ferma. Lo sapevo, lo sapevo! Mi lasciai andare a un saltello liberatorio.

«Faith», urlò qualcuno dalla folla di impermeabili.

Fu semplice individuarla, col suo metro e novanta in mezzo a pulcini armati di biro e quaderni.

Io e Beatris non ci conoscevamo granché, ma insieme formavamo l’abbinata perfetta tra umana e nano da giardino. Ovviamente io ero il nano da giardino.

«Novità?», chiese raggiungendomi.

Non le era certo sfuggita la mia esplosione di gioia, e nell’avvicinarsi anche la sua enfasi non passò inosservata. Si scontrò con la piccola scolaresca, urtò un paio di bambini e ad una cadde un block notes. La maestra la fulminò con lo sguardo.

«Scusami», incespicò Beatris, restituendo il quaderno a una bambolina bionda. «Le onde, sa com’è», disse rivolta alla maestra. Poi mi raggiunse in quattro falcate. «Gregge satanico», borbottò. «Dovrebbero vietarle ai minori queste gite».

«Femmina», sussurrai alzando il cellulare.

«Femmina!». Beatris si illuminò.

«Lo sapevo», ripetei elettrizzata. «Ne ero certa al cento per cento».

«No che non lo sapevi», rise lei. «Ieri hai avuto il dramma maschio per tutto il giorno».

«Permesso», si lamentò una voce maschile dall’altra parte.

Logan spinse gli occhiali sul naso, evitando a sua volta di calpestare i bimbi in impermeabile. Più che una scolaresca sembrava una nidiata di conigli, erano centinaia.

«Permesso, grazie», continuò mentre la maestra esplodeva di nuovo. «Di chi è stata l’idea?», barcollò finendomi addosso.

«Femmina», annunciai anche a lui.

Avevo un disperato bisogno di condividere la mia vita con qualcuno, e per quel giorno volevo che Logan e Beatris restassero gli amici che avevo conosciuto a Edimburgo, anche se mancava poco tempo alla nostra separazione.

Loro erano… erano. Per i mesi in cui avevamo condiviso la classe, gli insegnanti e i pomeriggi piovosi erano stati qualcosa, non potevo negarlo. Beatris mi aveva anche invitata a dormire a casa sua una volta: i miei pigiami le arrivavano al ginocchio, e i suoi mi facevano sembrare ancora più bassa.

Era giusto che sapessero della mia futura sorella, e io volevo restare impressa nei loro ricordi, lo volevo dal profondo del cuore.

«Lo dico a Nicole», decise Beatris riferendosi alla sua migliore amica. Prese il cellulare e iniziò a digitare sullo schermo, lingua tra i denti e sguardo assorto. «Sono sicura che le farà piacere».

In realtà Nicole sapeva a malapena il mio nome, ma poco importava. Quel giorno avrei dato la notizia a chiunque, anche al capitano della St. Mary Elisabeth.

«Dove nascerà?». Logan si tolse gli occhiali, pulendoli con un fazzoletto. Era difficile evitare gli spruzzi su quella barca, e le lenti restavano bagnate. «Voglio dire, non vi conviene restare a Edimburgo almeno per i primi tempi?».

«Tecnicamente sì», sospirai.

Come spiegargli le teorie della mamma secondo cui mia sorella doveva nascere a casa sua? La Scozia non sarebbe stata più casa, a quel punto, e a decisione presa non c’era più niente da fare. Edimburgo, Inverness, Perth, tutte “case per sempre” prima del trasferimento.

Si dice che “l’amore è eterno finché dura”, e la mamma usava una metafora molto simile con le case.

«Insomma, siete decise su Londra», disse lui.

«Già», annuii sovrappensiero. «Londra».

Avrei lasciato il verde dei prati per il grigio dei palazzi, con la consolazione di qualche passatempo in più. E come ogni volta avevo scelto l’addio più stupido: salire su una barca per turisti a fare la cosa più turistica in assoluto. In quel caso si trattava di andare a vedere i delfini, ma per i trasferimenti passati avevo fatto anche di peggio: il giro della città in autobus, la visita ai principali punti di interesse, le foto col monumento di turno, e anche una gita insieme a un gruppo di giapponesi.

Sì, forse il tour coi giapponesi era stato l’azzardo maggiore.

Cosa ci resta veramente dei posti che visitiamo? Cosa fa di una casa una casa e di una famiglia una famiglia? Avevo radici di appartenenza spezzate, ma il mondo riusciva comunque a distrarmi, bombardandomi di suoni, impulsi, colori.

Quando l’attenzione tornò su Logan, anche lui stava scrivendo a telefono. Lo osservai senza farmi notare, passando dal movimento delle sue dita a quelle di Beatris, poco distante. La data della mia partenza si avvicinava e temevo che anche quell’amicizia potesse crollare. Sarebbe rimasto un numero di cellulare e il contatto Facebook, esattamente come per le conoscenze prima di loro. Qualche augurio per il compleanno e le festività importanti, insieme a un “come stai?” detto di sfuggita.

Se c’è connessione c’è vita, se c’è vita c’è amicizia. I bambini guardavano i blocchi per gli appunti, la maestra controllava gli alunni, gran parte dei turisti armeggiava con videocamere, binocoli e macchine fotografiche.

E anch’io tenevo in mano il cellulare, con lo schermo ancora aperto sull’immagine di un fiocco rosa.

Per chi era l’ombra del Moray Firth? Per chi era lo stormo di gabbiani sopra le nostre teste, per chi le nuvole di passaggio? Cosa conoscevo di quella vecchia casa e cosa mi importava conoscere?

C’è un’assenza che pulsa nel sangue come presenza costante, ricordandoci ogni giorno cosa decidiamo di non guardare, mentre la consapevolezza annega in un mare più complicato: quello della distrazione.

Il telefonino vibrò ancora. Era sempre la mamma:

 

Quando torni a casa?

 

Mi concentrai a scrivere la risposta, evitando di pensare al resto. Avevo invitato Logan e Beatris su una barca turistica, e iniziavo ad avvertire il senso di vuoto che precede l’angoscia. Non volevo vedere la nostra amicizia trasformata in qualcosa di lontano, freddo e diverso.

Mi sarebbero mancati gli occhiali ballerini di Logan, e anche l’altezza vertiginosa di Beatris. Mi sarebbe mancato il cane della signora Anderson, sempre pronto a muovere la coda all’ingresso della scuola. Così come prima di loro mi erano mancati la famiglia Brown e i biscotti allo zenzero di Catherine, il postino vestito di rosso che ci portava le lettere nella casa a Perth, i denti storti della vecchietta senza nome che incontravo quando avevo sei anni.

Non c’erano numeri di telefono, mail o contatti social che potessero riportare indietro la loro realtà. Non c’è scampo contro le cose che passano, e a furia di muoversi e muoversi e muoversi, si dimentica anche l’essenza.

«Delfini», urlò qualcuno da poppa.

«Delfini». I bambini si riversarono lungo il corrimano con lo sguardo in fermento. «Delfini!».

«Finalmente le super star», rise Beatris impostando la macchina fotografica. «Uno, due, e…».

Il primo delfino saltò fuori dall’acqua con la grazia di un trapezista. Il suo corpo era aerodinamica allo stato puro, non c’erano vincoli per lui, solo libertà sospesa tra mare e cielo. Trovai la sua scia, mentre altri simili si univano a lui, affiancando la barca insieme ai gabbiani.

Logan, Beatris, i passeggeri, chiunque fotografava, e alla fine fotografai anch’io, desiderosa di mandare le immagini alla mamma.

Era un gesto automatico, che in parte mi aiutava a imbrigliare la paura, a credere che qualcosa sarebbe rimasto, anche se la pagina stava per tornare bianca.

Quanta assenza c’è nella vita di ognuno? E quanto siamo disposti a distrarci per metterla a tacere?

Quanto?

Alla fine i delfini tornarono nelle profondità del mare, lasciando dietro di sé una macchia di schiuma. Svanì anche quella, col tempo, inghiottita dalle onde, dal turbinio dei motori e dalla sagoma del fiordo, mentre dei mammiferi rimasero solo le foto. Dieci mie, venticinque di Beatris e due sfuocate di Logan.

Un magro bottino, di cui avremmo parlato per il resto del viaggio, condividendo l’esperienza con la promessa di ricordarla per sempre. È così bello fingere delle certezze, quando si può vivere con l’inganno di averle impresse davvero.

E in fin dei conti, ciò che chiamiamo ricordo, diventa sempre più difficile da conservare.

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