Absence – Prequel Jared

27 April 2018

Care lettrici e cari lettori,

siamo molto orgogliosi di presentarvi L’altro volto del cielo, il secondo volume della trilogia Absence di Chiara Panzuti, che uscirà in libreria il dieci maggio.

Per ingannare l’attesa vi offriamo la possibilità di leggere in esclusiva dei capitoli extra sulle vite dei quattro protagonisti prima che diventassero invisibili.

Buona lettura!

 

Tornai a casa bagnato fradicio.

A Londra pioveva a tradimento, e anche quel giorno non faceva eccezione, il sole si era tramutato in nuvole senza guardare in faccia a nessuno. Inutile portare un ombrello quando diluvia in orizzontale.

Grondai sullo zerbino e nascosi il sacchetto, mentre la pozzanghera ai miei piedi formava un rigagnolo che dal giardino arrivava fino all’ingresso. In tasca avevo di tutto: scontrini, portafoglio, annunci di lavoro, carta straccia. Potevo rifornire un intero cestino dell’immondizia, ma in quel momento miravo soltanto alle chiavi.

Le trovai attaccate alla cintura, col solito anello di metallo a fare da aggancio, e quando inserii la più grande nella serratura pregai che nessuno sentisse.

Dovevo fare piano. Pianissimo.

Venti passi mi separavano dalla cucina, altri dieci dal frigorifero, il trucco era essere più veloce della signora Morgan, e con un po’ di fortuna nessuno si sarebbe accorto di niente.

Avvolsi il manico del sacchetto intorno al polso e scivolai dentro casa, controllando i dintorni come un cane che si sente braccato. Nessuna traccia di mia madre adottiva, tanto meno della domestica che qualche volta la aiutava a stirare. Il signor Morgan non sarebbe rientrato prima delle nove, ma per quell’ora speravo di aver già completato il lavoro.

«Tommy», bisbigliai rivolto a mio fratello.

Lui non sentì. Era seduto ai piedi del divano, e stava dando sfoggio dei suoi dodici anni con un joystick e un videogioco sparato al massimo volume.

«Tommy», ripetei a denti stretti.

La pozzanghera si stava formando anche sul parquet, rischiavo di allagare la casa.

«Thomas!», ringhiai.

Finalmente una reazione. Rovesciò la testa all’indietro e mi salutò con un grugnito, cercando di mantenere la macchina virtuale sulla carreggiata.

«Dov’è Esther?», chiesi.

La signora Morgan aveva la pessima abitudine di apparire dal nulla, e come tutte le madri adottive era cento volte più apprensiva del normale. L’unico modo per evitarla era svanire prima del suo arrivo, e anche in quel caso temevo di insospettirla.

Thomas fece spallucce, troppo impegnato a buttare una Jaguar fuori strada per rispondere come una persona normale. Non lo sopportavo quando faceva così, sembrava lobotomizzato.

Ingoiai un’imprecazione e mi spostai in cucina, dove la situazione appariva sotto controllo. Nessuna signora Morgan in grembiule a preparare polpette di tofu.

«Che fai?», urlò Tommy dall’altra stanza.

Lo mandai al diavolo col pensiero.

«Taci». Se voleva saperlo doveva alzare il sedere e venire di persona.

Svuotai il sacchetto sul tavolo, estrassi la nuova confezione di birre e mi preparai alla suddivisione. Io e il signor Morgan amavamo la stessa marca, ma lui aveva diritto a una scorta illimitata, mentre io, nonostante i quasi vent’anni, ero tenuto sotto controllo. Solo due birre a settimana, secondo disposizioni di Esther, e dato che avevo un ripiano tutto mio era difficile sgarrare.

Difficile ma non impossibile, soprattutto quando il signor Morgan era in trasferta e, una volta finita la mia scorta, potevo fare un salto a trovare la sua, rubando la tanto agognata “terza bottiglia a settimana”. Dovevo ristabilire l’ordine in fretta, però, se non volevo che Esther mi beccasse.

«Che faiii?». La voce di mio fratello raggiunse l’ultrasuono.

«Sto per venire a picchiarti», attaccai.

«Mh». Parve soddisfatto. «Ok».

Aprii il frigo, spostai l’insalata, il bacon, tre confezioni di uova, e sistemai le birre mancanti nel ripiano riservato al padre di famiglia. Le restanti le aggiunsi al mio, felice di mostrare alla signora Morgan quanto quella settimana non avessi bevuto.

Poi richiusi lo sportello, buttando via il sacchetto e distruggendo lo scontrino.

Jared 1, signor Morgan 0.

In fin dei conti non era neanche un vero e proprio furto, gli ricompravo sempre tutto. C’era bisogno di una leggera gradazione alcolica ogni tanto, e l’aloe vera della signora Morgan non era esattamente il mio genere di bevanda.

Quando tornai in sala, Tommy era concentrato sui risultati della sua Aston Martin.

«Dov’è andata Esther?», chiesi.

Incrociai le braccia al petto e attesi. Mio fratello sembrava così piccolo su quel pavimento, un disordinato mucchietto di ossa.

«Alla tombolata di beneficenza», disse. Poi scartò di lato, quasi stesse rischiando di finirci lui contro il guard rail.

«E perché non l’hai detto subito?», protestai.

«Era più divertente vederti fare il ninja». Le sue labbra si piegarono in un sorriso maligno.

Piccolo strafottente.

Colsi la risposta per quello che era, una sfida, e armeggiai con le prese del televisore. C’erano diversi cavi, ma li conoscevo tutti, e quando trovai quello giusto fu sufficiente tirare. A quel punto la tv si spense, inghiottendo pista, alberi e Aston Martin nel buio più completo.

«Jared!», sbraitò Tommy.

«Oh». Finsi rammarico. «Non era il filo dell’aspirapolvere?».

«Ti ammazzo».

Mi aspettavo anche quello. Scattai in piedi nello stesso istante in cui Tommy molleggiò sulle gambe. Ero sempre stato più veloce di lui, doveva mettere un po’ di ciccia in quei polpacci se voleva raggiungermi. Filai dritto in giardino, incurante dell’alluvione, del fango e delle chiazze che avrei lasciato sul parquet al mio rientro.

Thomas mi fu dietro in un lampo, infradiciando la felpa.

«Prenderai un raffreddore», lo canzonai tenendo le distanze.

Saltellai all’indietro, mentre lui si agitava come un adolescente alla sua prima azzuffata. Destra, sinistra, si muoveva a zig zag con la furia negli occhi.

«Ti ammazzo», sputò fuori con rabbia.

«Raf-fred-do-re», gli ricordai ridendo.

«Era la mia gara! La mia Aston Martin!».

«La tua Aston Martin?», ripetei sconvolto. «Per la miseria, Tommy, non sapevo fossi così ricco. Dividiamoli questi soldi!».

Lui piegò la schiena in avanti, pronto a caricare. Abbassò la testa e mi venne addosso come un ariete da sfondamento, colpendo al centro esatto del petto. Lo frenai senza fatica, ma c’era troppo gusto in quella lotta, così finii a terra apposta, portandomelo dietro.

«Dovrò rifare tutto», gridò. «Ci avevo messo ore a conquistare la cintura d’oro, tu non sai cosa significa!».

«La cintura…». Nonostante la sua furia non riuscivo a smettere di ridere. «La cintura d’oro? Ma che roba è?».

«Stupido». Mi diede un pugnetto leggero, anche se il cruccio era rimasto.

Quando metteva il broncio tornava ad avere dodici anni.

«Dai, non trovi che sia meglio qui?», lo provocai.

Incrociai le mani dietro la nuca e rimasi così, sdraiato nell’erba, con gli occhi semichiusi per evitare la pioggia. Il terreno era così umido che rischiavo di mimetizzarmi col fango.

«Dirò a Esther che sei stato tu», minacciò Thomas. «Tua l’idea di portarmi fuori, tua l’idea di stare sotto la pioggia. Mi verrà l’influenza».

«Tanto la colpa l’avrei presa comunque».

«E mangerai seitan per una settimana». Rincarò la dose, mentre si sdraiava al mio fianco. «Seitan, e tofu, e litri di aloe vera».

Viste da quella prospettiva le nuvole sembravano un coperchio di fumo.

Non amavo il quartiere, ma avevo un debole per il giardino dei Morgan. C’era qualcosa, seppur invisibile, che ricordava quello dei nostri veri genitori. Qualcosa di lieve e nascosto, che si faceva sentire con la potenza di un tuono.

A volte anche l’assenza sa fare rumore.

«Cosa stavi facendo in cucina?», borbottò Tommy.

«Ho ricomprato le birre al nostro “papà”».

«Di nuovo?», si accigliò. «Non è che diventerai un alcolizzato?».

«Era in trasferta, non gli servivano». E riguardo l’alcol, non mi ero mai ubriacato seriamente in vita mia. C’erano giornate più complicate di altre, ma non era quella la mia dipendenza, e non cercavo riparo nell’offuscamento dei sensi. Volevo solo essere libero di scegliere, e la “terza birra a settimana” mi aiutava a sentirmi autonomo. Adulto, forse. «Sono stato rifiutato per alcuni posti di lavoro, e l’aloe vera è ancor più deprimete del rifiuto».

«A me fa schifo la birra».

«Meglio così», sorrisi. Gli diedi un colpetto alla tempia, spingendolo via. «Torna dalla tua Aston Martin, su».

«Non ne ho più voglia», si lagnò.

«Oh, preferisci la pioggia adesso?».

Lui non rispose. Rimase sdraiato col naso all’insù, cercando qualcosa tra una nuvola e l’altra. Stava scendendo la sera, e non era consigliabile star fuori con quella temperatura. Ma quando Thomas era assorto significava che il mondo attorno a lui stava facendo un lavoro migliore di una macchina virtuale.

«Jared», disse alla fine. «Dov’è la stella polare?».

Una richiesta un po’ strana per un ragazzino di dodici anni. Ma non se il ragazzino era lui, e non se la stella polare aveva un significato ben preciso.

Erano i signori Morgan a crescerlo. Io a malapena sapevo cosa significava essere un figlio, non potevo certo improvvisarmi padre. Ma quel riferimento aveva un senso per lui tanto quanto lo aveva per me, e faceva parte di una crescita ben diversa da quella normale.

Alzai il braccio e indicai un punto più o meno preciso.

«Là», risposi.

«Il Nord», bisbigliò Tommy.

«Il Nord», confermai.

Era rimasto poco del nostro Nord. Ma era un pensiero molto triste, così, quando l’urlo della signora Morgan ci raggiunse, fu più facile ridere.

Ridere e ridere, coperti dal fango fin sopra ai capelli, in mezzo a un giardino vero che poco aveva a che fare con una Aston Martin fasulla.

 

 

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