Cambiamento e conoscenza – Fur capitolo 5

11 October 2016

Aspettando l’uscita di Feline, vi proponiamo un nuovo intrigante racconto a puntate di Sarah Bianca. Ecco il capitolo 5 di Fur. Buona lettura!

– È mai stata malata prima?
La voce bassa e quieta di Necomata.
– No, mai. Questa deve essere una reazione al non essere stata rivendicata e tramutata il giorno del suo diciassettesimo compleanno. Il suo corpo è andato in una specie di shock.
Sembra zia Rosina, ma come esserne sicura…
– Chogan insiste perché i medici della sua corte la visitino.
Questo è sicuramente Lidio, ha un tono nasale che riconoscerei tra mille.
– Nessuno della corte di Chogan le metterà un dito addosso o prenderanno tutti fuoco.
– Allora sarà meglio che sia tu a trovare una cura o la Sposa perirà anche in questo ciclo prima del dovuto e poi cosa farai? Ruberai anche la prossima?
Questa voce invece mi fa venire il prurito alle mani, deve essere Lauro.
Sospiro esausta e mi giro dall’altra parte.
Se soltanto la smettessero di parlare e mi lasciassero dormire.


– Mio prezioso respiro… non mi lasciare… ti prego…
Che suono melodioso e dolce.
Qualcuno sta cantando una canzone senza parole accanto al mio letto.
Sento profumo di fiori di campo.
– Vorrei poterti sfiorare, sei così pallida che ho paura tu possa scomparire.
Chogan.
Chogan sta cantando per me.
Di nuovo il buio.


– Ecco bambina mia, bevi questo… così, brava… tra poco starai meglio, vedrai. Ora devi solo dormire e riprendere le forze.
Il profumo di lavanda della nonna e la sua mano morbida sulla fronte che allontana i capelli sudati.
La mia nonna.
La mia mamma.


Apro gli occhi, ma la luce è così forte da accecarmi.
Gemo, ho la gola secca e mi sento sudaticcia e appiccicosa, ho bisogno di una lunga doccia calda.
– Adla?
Mi stropiccio gli occhi e metto a fuoco la persona che è china sul mio letto e ha una mano posata sul mio braccio destro.
– Finalmente ti sei svegliata, eravamo tutti preoccupati… tranne il gatto, lui sembra non preoccuparsi mai di niente…
– Chi sei?
Lo sconosciuto mi guarda sorpreso, poi sorride e scuote la tesa.
– Chi sono?
Allontano la sua mano dal mio braccio e lo guardo male, mettendomi sulla difensiva.
Quale altro assurdo personaggio è piombato nella mia vita?
– Guardami, davvero non mi riconosci?
Si siede sul bordo del letto, paziente, in attesa.
– Oh mio dio, sarai per caso un altro pretendente che vuole uccidermi o sposarmi?
Il ragazzo scoppia a ridere divertito, è una bella risata, profonda, che gli fa vibrare il petto e ondeggiare i capelli intorno al viso.
– Guardami, Adla, guardami.
Nonostante mi senta uno schifo e in questo momento abbia meno pazienza del solito, il modo in cui mi parla mi tranquillizza.
Mi tiro su e mi sistemo dritta, poi con estrema calma inizio a osservarlo.
È più grande di me, sui ventitré-ventiquattro anni, sembra alto, indossa una maglietta di cotone a maniche lunghe che mette in risalto i muscoli, ha le spalle larghe e belle mani dalle dita lunghe.
Il viso è in un certo modo familiare, ma non riesco a ricondurlo a nessuno che conosco, forse è il modo in cui mi guarda che mi ricorda qualcuno.
È bello.
Mascella squadrata con un velo di barba scura e rossiccia, come i capelli portati leggermente lunghi, molto mossi e spettinati.
I suoi occhi.
Sembrano scuri ma sono più chiari dei miei… mi sporgo in avanti senza accorgermene… hanno macchioline delle marrone chiaro e delle venature sul verde…
Faccio un salto indietro per lo shock.
– Non è possibile…
Il ragazzo sorride divertito e allunga una mano per prendere la mia.
– Ci sono delle cose che ti devo spiegare.
Respingo la sua mano e spingo via lui, cerco di scendere dal letto, ma le coperte mi si attorcigliano intorno alle gambe e mi bloccano i movimenti.
– Adlartok, fai la seria, dobbiamo parlare.
– Io devo andare via da questo posto, sto diventando matta.
Il ragazzo sbuffa e mi prende per i polsi con una mano, appiattendomi sul letto e bloccandomi sotto di lui.
– Adla smettila!
– No! Non voglio sentire, non voglio parlare, lasciami!
– Tu sai chi sono?
– No!
Provo a dimenarmi, ma è inutile.
Perché sono sempre tutti maledettamente più forti di me?
– Adla!
– Ho detto no!
Giro la testa di lato e chiudo gli occhi, non voglio vedere, non voglio sapere.
Non anche questo.
Lui sospira e posa la fronte contro il mio collo, mi lascia andare i polsi e io rimango immobile, sotto quel peso estraneo che mi fa battere dolorosamente il cuore.
Combattendo tra l’impulso di spingerlo via e quello di stringerlo a me, infilo le dita tra i suoi capelli e vi ritrovo la morbidezza di sempre.
– Sono stata io a farti questo? È stata colpa mia?
Piango, mi odio per queste lacrime di debolezza, ma non riesco a controllarmi.
– L’ho deciso io, è stata una mia scelta.
– Cosa ti è successo?
Prende un respiro profondo e si alza, aiutandomi a tirarmi su.
Ci guardiamo in silenzio, il mio cervello è in rivolta.
– Per spiegartelo devo andare indietro di qualche anno, a quando ho scoperto chi era mio padre e cosa faceva la mia famiglia.
– Va bene, ma prima voglio farti un piccolo test. Dimmi qualcosa che soltanto io e Nicolas possiamo sapere.
E in quel momento, quel ragazzo estraneo compie, un gesto che mi fa stringere la bocca dello stomaco, si passa una mano tra i capelli prendendo una piccola ciocca tra l’indice e il medio e arrotolandola tra le dita prima di lasciarla andare.
– Quando avevo dieci anni abbiamo fatto delle tortine insieme e tu mi chiedesti di prendere i pirottini dalla credenza e di sistemarli sulla teglia del forno. Io non avevo idea di cosa fossero i pirottini e pensavo ti fossi inventata la parola. Risi tutto il pomeriggio… da allora ti chiamo “pirottina” quando voglio ottenere qualcosa da te e tu lo sai, ma fai finta di niente perché ti piace.
Faccio di sì con la testa e gli prendo il viso tra le mani, accarezzandoglielo mentre riprendo a piangere senza volerlo.
– Sei davvero tu… il mio Nicolas…
– Non piangere, essere cresciuto è un bene.
– Come può essere un bene? Non è naturale… hai dodici anni.
Un lampo di dolore gli attraversa gli occhi.
– Non ho dodici anni, Adlartok, ne ho più di venti e sono il Capo dei Custodi. Il mio compito è proteggerti e guidare gli altri Custodi affinché tu sia sempre al sicuro.
Lo lascio andare e mi prendo la testa tra le mani.
– Dimmi quello che devi, oramai la mia vita sembra essere un lungo susseguirsi di rivelazioni.
– Ti affliggi per le cose sbagliate, guarda il quadro in prospettiva… siamo ancora insieme e io posso essere utile.
Faccio un cenno con la testa per fargli capire che può continuare a parlare, che lo ascolto.
– Ti ricordi quando cinque anni fa passai quel periodo in cui non volevo dormire a casa mia e mi rifugiavo sempre qui da te?
Mio malgrado sorrido.
– Sì che me lo ricordo, facevi l’isterico perché volevi dormire con me, poi mi riempivi di calci tutta la notte e io ero costretta a trascinarmi sul divano.
– Ma io mi svegliavo e venivo da te.
Ci guardiamo per un secondo, poi distolgo gli occhi.
Non riesco a pensare a questo ragazzo come al mio cuginetto preferito, va bene, finto cugino, ma il bene che gli ho voluto è sempre stato reale.
– Tu avevi capito che non volevo stare a casa mia perché avevo litigato con i miei genitori, ma non sapesti mai la causa. Beh, la causa fu che mi dissero che non eravamo parenti e che il nostro compito era quello di vegliare su di te e proteggerti fino a quando tuo marito non fosse venuto a prenderti per portarti via con sé.
– Quindi il compito dei Custodi finisce con la mia trasformazione?
– Non sempre, dipende dalla Sposa, spesso è riportato che ella chiedeva al suo Principe di poter portare con sé il suo Custode e la famiglia di lui presso la quale è cresciuta. Tu sei un’eccezione Adla, nessuna Sposa prima di te è stata mai allevata dai suoi veri genitori.
– Immagino che dovrei sentirmi una privilegiata.
Il mio tono è più sarcastico di quanto avrei voluto.
Nicolas rotea gli occhi al cielo e fa quell’espressione che significa “non ti sta mai bene niente”.
– Seee, una vera principessina viziata. Mio padre e mio zio si sono fatti venire i capelli bianchi per colpa tua.
Nel sentire nominare suo padre Lauro, storco il naso.
Nic sorride appena.
– Lo so, non dirlo. Adesso che è stato destituito non dovrai più avere a che fare con lui. Il Capo sono io, dovrai avere a che fare con me.
– Lascia perdere tutte le parti storiche e inutili, arriviamo al sodo, come hai fatto a crescere così in quattro giorni?
– Sempre dritta al punto, vero? Fa parte della mia natura, come te non sono completamente umano, sono il discendente dei servitori che il mago incantò affinché proteggessero e servissero per sempre la propria figlia. Il primo discendente diretto del Capo dei Custodi può accelerare il processo di invecchiamento del suo corpo se la Sposa dovesse essere in reale pericolo o il Capo attuale non fosse all’altezza del compito. All’inizio dei tempi, il mago, in cambio della nostra eterna fedeltà, ci elargì dei doni.
– Che doni?
Mi sento come quando studio astronomia, provo un’eccitazione così forte nel leggere delle scoperte e delle ipotesi degli scienziati che non riesco a rimanere calma, smanio di sapere.
Nicolas ride di gusto davanti alla mia reazione.
– Forza, resistenza e una lunga vita… tra gli altri… ma ci sarà modo di parlarne con calma dopo che ti sarai alzata e avrai mangiato qualcosa. Se non vado ad avvertire tua madre che sei sveglia c’è la possibilità che la mia lunga vita termini presto.
Si alza e si dirige verso la porta.
– Nic?
Si ferma e volta la testa per potermi guardare da sopra la spalla sinistra.
– Sì?
– Questo… stato… questo corpo… è irreversibile?
– Non ti piaccio?
– Non è questo è che… non lo so… mi mancherà il Nicolas bambino…
– Non sono un bambino, Adlartok, in fondo non lo sono mai stato.
Guardo la sua ampia e muscolosa schiena lasciare la stanza e i miei pensieri si perdono per poi tornare a concentrarsi sull’urgenza doccia.


Ho la fronte appoggiata contro il muro della doccia.
L’acqua calda cade a pioggia sulla base del collo e da lì scende in fumo rivoli lungo tutta la schiena.
Ho la mente vuota.
O meglio, è talmente tanto piena di roba da non riuscire a focalizzarsi su di un solo pensiero.
Facendo un rapido riassunto degli ultimi giorni, ho scoperto di essere la reincarnazione di una ragazza che è stata creata con lo scopo di essere trasformata da e in un animale umanoide per farci sesso e partorire i suoi pargoli, i miei nonni sono i miei veri genitori, i miei zii e i miei cugini sono degli estranei che mi hanno cresciuta con il solo scopo di proteggermi, Nicolas è cresciuto ed è diventato un maturo e coscienzioso ventitreenne, un ragazzo gatto si è installato in casa mia e dorme in camera dei miei falsi genitori in attesa che io beva il suo sangue e diventi sua per sempre e per facilitarmi la scelta ha in mano la vita di mio padre e un ragazzo corvo piantona, a quanto mi era stato detto, il piano terra della palazzina in attesa di scoprire come potermi sottrarre all’influenza del ragazzo gatto.
Insomma…
Cose che capitano a tutti.
Scoppio a ridere.
– Vedo che sei di buon umore.
Faccio un salto per lo spavento e perdo l’equilibrio, finendo contro la tenda della vasca da bagno in cui sto facendo la doccia.
Due braccia mi avvolgono e mi sorreggono rimettendomi dritta prima che voli oltre il bordo e finisca per terra.
– Esci dal bagno!
Urlo, sentendo il rossore invadermi le guance.
– Ti ho già vista nuda svariate volte, non è il caso di fare la pudica.
Necomata sposta la tendina di plastica e rivela di essere a torso nudo, scalzo e con solo un paio di jeans scuri.
Per un istante penso di coprirmi il seno con le mani, fortunatamente mi rendo conto in tempo che avrei finito col fare la figura della verginella impaurita e decido che non è quella l’immagine di me che voglio dare.
– Eri in forma di gatto e non sapevo che fossi una specie di mostro magico mutante.
Sorride mettendo in mostra i canini che escono appena oltre la rima dentale e posano le punte sul labbro inferiore.
– Con il calore e l’umidità i pori della pelle si dilatano e il tuo odore diventa più forte.
Dice entrando nella vasca e venendomi vicino.
Mi appiattisco contro il muro, ho il bocchettone dell’acqua proprio sopra la testa, stringo le mani a pugno e mi preparo a colpire.
Se ne accorge, i suoi occhi scintillano divertiti.
Si appoggia con gli avambracci sulle mattonelle, ai lati della mia testa e si sporge fino a entrare sotto il getto d’acqua bollente.
Alzo il viso per affrontarlo.
Incontro i suoi occhi gialli.
Ha le pupille dilatate.
Ci fissiamo in silenzio.
Sento qualcosa di morbido sfiorarmi i fianchi, senza abbassare lo sguardo capisco che è la sua coda.
Mi sta accarezzando.
– Sei dimagrita ancora.
– Se ti piacciono le tipe più in carne, posso presentarti delle amiche.
Ride.
Una risata bassa e rauca.
Gocce d’acqua gli filtrano tra i capelli bagnati e scendono sul suo viso, alcune rimango imprigionate tra le lunghe ciglia, altre si fermano sulla curva piena delle labbra, altre scivolano dal mento alla gola, per poi perdersi lungo la linea dei pettorali.
All’improvviso divento consapevole del suo corpo a un sospiro dal mio, dell’odore di erba e pioggia estiva che proviene dalla sua pelle, del petto che si alza e si abbassa ritmicamente a ogni suo respiro, del piercing di acciaio che porta al capezzolo sinistro e di come l’acqua vi si imperli sopra…
Un brivido lento mi scorre lungo la schiena e io sento il ventre che mi si contrae dal desiderio.
Distolgo in fretta lo sguardo e giro la testa di lato.
Meglio guardare il muro.
Il muro non è pericoloso.
Il muro è mio amico.
Io amo il muro.
Necomata si abbassa su di me e posa le labbra sul mio orecchio.
– È inutile che cerchi di nascondere il desiderio, posso sentirne l’odore, posso sentirne il sapore sulla punta della lingua. Se ti infilassi una mano tra le gambe sono sicuro che mi ritroverei le dita bagnate e non a causa dell’acqua.
Sono scioccata, nessuno mi ha mai parlato in maniera così esplicita.
Solitamente sono io quella dai pensieri indecenti, ma li ho sempre tenuti per me.
– Lasciami andare ed esci dalla vasca… voglio finire di fare la mia doccia in pace…
– Ma non ti sto trattenendo.
Tecnicamente è vero, ma pur di non toccarlo mi sono spalmata contro le mattonelle smaltate e non posso muovermi in nessun modo.
– Spingimi via. Se non mi vuoi, tocca il mio corpo e spingimi via.
Sento la sua coda accarezzarmi l’interno coscia e salire sul monte di venere.
Respiro profondamente e torno a guardarlo in faccia.
Grosso errore.
I suoi occhi sono ipnotici, l’oro scuro è solcato da profonde venature più chiare e la pupilla è così dilatata da farmi avere la sensazione di poter cadere in quello sguardo.
Poterci cadere senza riuscire a uscirne mai più.
– Mi stai facendo qualcosa…
Avvicina la bocca alla mia, è una tortura, il desiderio di baciarlo è così forte da farmi male nel petto.
– Non sono io, è il tuo corpo. Tu sei nata per questo… per desiderare… per amare… per provare e far provare piacere…
– No…
Rantolo così vicino alle sue labbra da poterne quasi sentire il sapore.
La sua coda mi avvolge i fianchi e mi stringe, un invito a colmare la distanza tra di noi e lasciarmi andare contro di lui.
– Allora respingimi e io mi allontanerò.
So che è una trappola, lo so, ma non posso pensare a niente di meglio che posare le mani sul suo petto e provare a spingerlo debolmente via.
– Non ti voglio… non ti desidero…
Mormoro mentre il contatto con la sua pelle mi invia una serie di impulsi di piacere così forti da farmi piegare le ginocchia.
Mi rimetto faticosamente dritta.
– Vai via…
Ma il mio è un suono senza voce.
Necomata respira a fondo un paio di volte, poi chiude gli occhi e lentamente, con uno sforzo così intenso da fargli contrarre la mascella e contrarre i muscoli delle braccia, si allontana da me.
Lo guardo uscire dalla vasca, provo un dolore fisico per la sua lontananza.
Provo dolore fisico perché non percepisco più il suo calore e il suo odore.
Chiudo l’acqua.
Basta con la doccia.
Davvero, basta.
– Mi hanno mandato a dirti che giù è pronto il pranzo e che Chogan verrà nel pomeriggio perché desidera parlarti.
Prende due asciugamani e me ne passa uno, con l’altro si tampona il petto, le orecchie e i capelli.
La sua coda frusta lentamente l’aria.
– Tu non mi piaci.
Gli dico avvolgendomi nell’asciugamano e mettendo i piedi sul tappetino di spugna.
Neco mi sorride divertito.
– Lo so.
– E non mi innamorerò mai di te.
Il suo sorriso si allarga e diventa crudele.
– Chi ha mai parlato di amore, mia giovane Sposa?
– Non sono la tua Sposa!
– Ma lo sarai e voglio essere onesto con te. Qui i sentimenti non c’entrano un bel niente, mia cara, qui si tratta di politica, sesso e discendenza. Non pensare nemmeno per un attimo che ci sia spazio per dei pensieri romantici, perché saresti solo un’illusa.
– Quindi saresti disposto a passare la vita con me, pur non provando niente?
La sua risata rauca e vibrante mi gela.
– Mai sentito parlare di “ragioni di stato”, piccola Adlartok?
Poi apre la porta e se ne va, lasciandomi lì a riflettere su quanto ha appena detto.


Ho appena finito di mangiare un piatto di pasta così enorme da poter sfamare tre persone e adesso sono stravaccata sul divano in casa dei nonni, che guardo pigramente fuori dalla porta a vetri.
Un frullio d’ali e sul prato atterra un grosso corvo nero.
Appena posate le zampe per terra, l’animale inizia a vibrare e a sbiadire e nel tempo di un battito di ciglia, davanti a me c’è Chogan in tutta la sua bellezza delicata.
Mi raddrizzo per darmi un contegno, mi sento come una debuttante, non voglio dare l’impressione di essere una sciattona senza alcuna educazione.
I nostri sguardi si incrociano e il suo viso si illumina.
Mi sorride e lo fa in maniera così dolce che sento gli angoli della mia bocca tendersi in risposta.
Entra e si siede accanto a me.
Ci guardiamo in silenzio, i suoi occhi sono così chiari che all’interno sono screziati di bianco.
– Sono contento che ti sia ristabilita, ho provato a farti visitare dai miei guaritori, ma Necomata si è rifiutato di sciogliere il sigillo.
– Ho avuto solo un po’ di febbre, niente di cui preoccuparsi.
– Non parlare della tua salute come se fosse qualcosa di poca importanza. La Sposa non dovrebbe ammalarsi, mai. Il fatto che sia successo è indice di quanto questa situazione stia sbilanciando gli equilibri.
Chogan allunga una mano e la ferma a un millimetro dai miei capelli, muove delicatamente le dita, come se li stesse accarezzando, poi sospira e chiude gli occhi, come se guardarmi lo facesse soffrire.
– Di tutti i piani di vendetta che quel gatto poteva mettere in atto, non credo avrebbe mai potuto pensare a qualcosa di più crudele di questo. Ti ho accanto e non ti posso toccare.
Siamo seduti così vicini che sento il calore del suo corpo passare attraverso i vestiti che indossa.
Profuma di fiori di campo e aria tiepida di primavera.
Mi fa venire voglia di abbandonare il viso contro il suo petto e di chiudere gli occhi e lasciarmi andare.
– Ma sono guarita, quindi non è successo niente di grave.
Commento tirandomi leggermente indietro.
Non potevo lasciarmi affascinare, proprio non potevo.
Chogan si alza e mi tende una mano, è un invito a seguirlo all’esterno.
– Passeggiamo un po’, l’aria aperta e il sole ti aiuteranno.
Camminiamo in silenzio lungo il perimetro del muro di cinta della palazzina.
È una bella giornata.
Un pettirosso ci plana vicino, Chogan e stende un braccio nella sua direzione.
Il pettirosso gli atterra sulla mano e cinguetta felice.
– Ti piace?
Mi chiede, notando la mia espressione divertita.
– Mi piacciono i pettirossi, ma non si fanno mai avvicinare, così mi limito a guardarli da lontano.
– Se vuoi posso chiedere a questa signorina se vuole essere tua amica.
Lo guardo con gli occhi sgranati dalla meraviglia.
– Puoi chiedere agli uccellini di diventare miei amici?
Chogan ride, è una risata musicale e rilassante.
– Tutti gli uccelli sono sotto il mio dominio, posso chiedere loro qualsiasi cosa. Vieni, accarezzala, vedrai che le farà piacere.
Lentamente e cercando di essere il più leggera possibile, passo un dito sulla testa della pettirossa che cinguetta allegra.
– È bellissima…
Mormoro estasiata, mentre Chogan la fa passare dalla sua alla mia mano e le sussurra qualcosa in una lingua che non conosco.
– Dalle un nome, Adlartok. Dalle un nome e sarà tua.
Alzo il viso e mi ritrovo imprigionata dall’azzurro ghiaccio degli occhi di Chogan.
– Devo darle un nome?
Chiedo a bassa voce, siamo così vicini che sembra ci stiamo sussurrando segreti.
– I nomi sono importanti, danno una forma alle cose, le rendono riconoscibili, ti permettono di chiamarle… il tuo l’ho scelto io…
Trattengo il respiro per la sorpresa.
– Il giorno in cui seppi che eri nata, il mio cuore fu così colmo di gioia che decisi di chiamarti come il cielo limpido e terso che aveva accompagnato la notizia della tua venuta al mondo.
– Io… io non voglio essere… non voglio appartenerti…
Chogan china di più la testa su di me e i suoi capelli scivolano in avanti, sfiorandomi il viso.
Immediatamente sento il mio marchio che inizia a sprigionare calore e intorno a noi crepitano scintille.
– Sei la cosa più preziosa del mondo per me, Adlartok, adoro ogni tuo respiro. Ti sembra un destino così crudele quello di essere legata a me per i lunghi anni della tua vita?
Chogan si distanzia leggermente e le scintille smettono di minacciare di fargli prendere fuoco.
Il suo viso è triste, di una bellezza straziante.
– Devo… sceglierle un nome…?
Mi costringo a smettere di guardarlo e provo a cambiare argomento.
– Guardala bene, cosa ti fa venire in mente?
Osservo l’uccellino sul palmo della mia mano, lei ricambia lo sguardo, è tonda e morbida e leggera e così carina.
– Non saprei, non sono brava in queste cose.
– Allora posso suggerirti io un nome? Posso regalarti questa piccola creatura?
– Sì… certo…
– Nayeli.
– Nayeli? Cosa significa?
– Significa, io ti amo.
Poi Chogan si china sulla mia mano e Nayeli posa il becco sottile sulle sue labbra, poi si gira e zampetta lungo il mio braccio, fino a posarsi sulla mia spalla e sfiorare le mie labbra nello stesso modo.
Chogan mi sorride.
Io arrossisco.
Mi ha appena baciata.


Sono seduta sul cornicione di una delle finestre del salotto, fumo una sigaretta e guardo quello che accade di sotto.
Nicolas si sta allenando al combattimento con Lauro e Lidio.
Attraverso il vetro sento i suoni attutiti dei colpi.
Come facciano a chiamarlo addestramento è un mistero, sembra più una carica due contro uno, dove Nicolas viene colpito con dei grossi bastoni di legno.
Ogni volta che un colpo va a segno mi si stringe il cuore.
Deve essere maledettamente doloroso.
– Spettacolo interessante?
Necomata si è avvicinato alle mie spalle senza fare rumore.
Sobbalzo, lo odio quando fa così.
– L’addestramento.
Rispondo indicando con il mento i tre uomini.
Neco mi sfila la sigaretta dalle dita, ne prende una profonda boccata, poi me la restitisce.
– Devo ammettere che quel ragazzino si sta dando da fare. Non avrei scommesso un soldo su di lui, invece si sta rivelando un soggetto interessante.
– Nicolas è il migliore.
Dico con tono sicuro, per chiudere lì la conversazione.
– Gli servirà esserlo, visto che si è cacciato in questo guaio solo per te.
Mi giro verso di lui, sta guardando fuori dalla finestra, le orecchie da gatto che vibrano ad ogni colpo.
– Lo ha fatto perché il padre è un imbecille e non è in grado di portare avanti i Custodi e perché tu mi hai messa nella situazione nella quale mi trovo.
Necomata solleva un sopracciglio e distoglie lo sguardo da quello che sta accadendo nel giardino.
– Davvero?
Mi chiede con un tono di educato interesse.
– Davvero…
Ma il suo comportamento mi sta facendo sorgere dei seri dubbi.
– Immagino che ti abbia detto dell’usanza di permettere alla Sposa di portare via con sé il proprio Custode, quando viene reclamata.
– Sì.
– E questo non ti ha fatto scattare nessun campanello?
Lo guardo senza rispondere.
– Adlartok, da te mi aspetto di meglio.
Sorride e io ho voglia di prenderlo a schiaffi.
– Il piccolo e tenero Nicolas è talmente innamorato di te da aver sfidato l’autorità paterna, iniziando la fase di invecchiamento ancor prima del tuo compleanno e sottraendogli il potere nel momento in cui ha visto che aveva l’opportunità di farlo. E questo solo per avere una possibilità di conquistarti e portarti via con sé. Una fantasia, naturalmente, tu sei legata al tuo destino, ma è piccolo e romantico e non me la sento di condannarlo per averci provato.
Dentro sento caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo.
Il mio cuore è una pallina di gomma che viene stritolata e lasciata andare.
– Questo lo ha messo in una gran brutta posizione, perché adesso che è il Capo, dovrà rendere conto delle sue azioni a tutti i Custodi, non solo a quelli che vivono qui e tu hai conosciuto e presto dovrà scegliere una donna da sposare per assicurare un figlio che erediti il titolo alla sua morte.
Necomata si allontana dalla finestra e si stiracchia dolcemente, sembra davvero un grosso gatto da appartamento.
– Quanti problemi stai creando Adlartok, fino a quando non berrai il mio sangue lascerai una speranza a quel povero ragazzino innamorato e i Custodi non sono tolleranti con chi infrange le regole.
Sono impietrita al mio posto, sento il corpo diventarmi pesante.
– Chiedi a Chogan dell’esecuzione che ha richiesto per il padre del ragazzino, visto che non è stato in grado di preservare la tua purezza e la tua castità, durante questi anni di sorveglianza. Il consiglio dei Custodi si riunirà domani notte, sarà un evento interessante.
-Non è vero…
La voce che mi esce dalla bocca non sembra nemmeno la mia.
Necomata mi avvolge tra le sue braccia e strofina la testa contro la mia.
– Io mento continuamente Adla, ma non a te.
Vorrei respingerlo, ma sento come se il mio corpo fosse fatto di ghiaccio.
Una persona stava per essere condannata a morte e la colpa era solo mia.
– Perché?
Chiedo con la bocca premuta contro la sua maglietta di cotone.
Neco si immobilizza, mi lascia andare, si volta e fa qualche passo verso la porta.
– Perché te l’ho promesso una vita fa.
Poi va via.

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