Tradurre «Piranesi» di Susanna Clarke

01 Ottobre 2021

In occasione dell’uscita di Piranesi, Donatella Rizzati racconta la sua esperienza con la traduzione del romanzo di Susanna Clarke.

 

Incontrare di nuovo Susanna Clarke, a quindici anni di distanza da quel bellissimo libro che è Jonathan Strange e il signor Norrell e, per giunta, in veste di sua traduttrice è stato un tuffo al cuore. Come altri milioni di lettori mi ero innamorata di quel suo primo romanzo così particolare e quando, finalmente, ho avuto fra le mani il nuovo libro, ho immaginato che, leggendolo, mi sarei inoltrata nuovamente nelle atmosfere linguistiche eleganti e raffinate che mi avevano incantata la prima volta. Invece, fin dal principio, ho avuto l’impressione che Susanna Clarke avesse trascorso gli ultimi quindici anni a maturare un’idea per stupire nuovamente il suo pubblico con un romanzo che si presenta come la perfetta antitesi del precedente. Un romanzo breve, se messo a confronto con il primo, dal titolo tanto evocativo quanto enigmatico e dalle prime pagine quasi incomprensibili. Eh sì, perché bisogna dirlo, l’incipit di questo libro è alquanto particolare:

Quando la Luna è sorta nel Terzo Salone Settentrionale sono andato nel Nono Vestibolo per assistere alla congiunzione di tre Maree. È un evento che accade soltanto una volta ogni otto anni.

Senza indugi né introduzioni, Susanna Clarke proietta il lettore all’interno di una strana Casa insieme con l’unico inquilino che la abita, appunto, il Piranesi del titolo. La Casa accoglie il lettore nelle proprie stanze come se fosse anch’egli un abitante, si svela a lui nelle parole di Piranesi offrendogli quella stessa Bellezza e Generosità che Piranesi vede, ma alle quali altri sembrano essere ciechi. Il viaggio nei meandri sterminati della Casa, attraverso le sue architetture misteriose eppure così dense di significato è guidato dalle diligenti annotazioni che Piranesi scrive nei suoi diari, ma anche dallo stupore reverente che egli dimostra per le manifestazioni d’amore che riceve dalla Casa stessa, finché…

E qui mi fermo. Perché la trama di questo romanzo non può essere raccontata senza, a mio avviso, sminuirla e anche perché non è la trama, per quanto avvincente e originale, ad avermelo fatto amare così tanto. La traduzione di Piranesi, affrontata come sempre senza una lettura preliminare del testo, mi ha fatto ritrovare immersa, con mio grande stupore, in un romanzo interamente pervaso di poesia. C’è poesia nelle parole, nelle immagini, nei pensieri di un protagonista dotato di uno sguardo che penetra oltre la materia e trova sublime Bellezza e infinita Generosità là dove Altri vedono soltanto disagio, pericolo, paura. C’è poesia nelle pareti della Casa, nelle sue Maree, distruttive e rigeneranti allo stesso tempo, nelle figure che, nonostante il loro silenzio, la riempiono di vita. Una poesia che, con un linguaggio semplice improntato alla spontaneità estatica dell’innocenza, Susanna Clarke riesce a far emergere dagli angoli più impensati. E, in questo modo, a regalarci una storia avventurosa, a volte crudele, magicamente intrisa di citazioni colte che, nonostante il loro peso, non riescono a intaccare la leggerezza del racconto. Un racconto fantastico che trasporta il lettore in un viaggio di conoscenza, attraverso i labirinti della Casa, fino al termine dell’ultima riga alla quale arriverà – ne sono certa – con gli occhi lucidi di lacrime. Come è accaduto a me.

 

Donatella Rizzati

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